Sono passati alcuni giorni dalla vittoria di Fabio Fognini a Monte Carlo (unico italiano a vincere il torneo dopo Nicola Pietrangeli nel 1968). Un torneo della fascia alta, perché ti permette di ricevere una iniezione di 1000 punti in classifica, secondo solo agli Slams. Durante la conferenza stampa post partita, Fabio, con il trofeo appoggiato sul tavolo, sorridente, soddisfatto e rilassato, ha risposto con calma a tutte le domande che gli hanno posto. Una in particolare mi ha fatto riflettere più di altre e la domanda chiedeva perché adesso, a 31 anni e non a 25? Una domanda che solo un giornalista può fare perché è ovvio che non ci sono risposte logiche, almeno non in questo sport.

Sappiamo tutti che Fabio ha un talento infinito, che se in giornata può battere chiunque, sia sulla terra dove ha vinto 8 tornei che sul duro (ricordo benissimo la rimonta su Nadal agli US Open 2015 dove era sotto 2 set a zero e vinse al 5°) dove ha vinto 1 torneo e giocato 4 finali. Un giocatore che ha una sensibilità di tocco incredibile (vedi quante palle corte si permette di eseguire), un senso della posizione pari a nessuno (io rimango sempre affascinato nel constatare quanto poco si muove in campo rispetto ai suoi avversari) e dei movimenti così poco ampi nell’apertura che non ti spieghi come faccia a generare tanta potenza nei colpi da fondo. Ma questo non è tutto, infatti nel suo arsenale ha anche la corsa (che gli permette di difendersi benissimo e ribaltare situazioni da difensive a offensive) e la volée (insieme a Bolelli in doppio ha vinto l’Australian Open nel 2015 unico successo di una coppia italiana ad aver vinto un torneo del Grande Slam nell’era Open).

Quindi, tornando alla domanda, la risposta è stata che non esiste un perché. Fabio Fognini ha raccontato che l’anno scorso si sentiva bene (ha vinto S.Paulo, Bastad e Los Cabos) che aveva buone sensazioni e che ha avuto dei buoni risultati, che era vicinissimo ad entrare nei top 10 ma poi, a causa di un infortunio che lo ha costretto ad un ritiro in semifinale a Beijin contro Del Potro, tutto è sfumato. Fabio credo volesse dire che in questo sport così unico nulla è prevedibile. Io aggiungerei anche che se non sei un fenomeno di costanza, determinazione e “freddezza” non puoi mai sapere se raggiungerai gli obbiettivi che ti sei prefissato.

Il tennis non è solo tennis. Ci sono miriadi di piccole cose che influiscono sull’andamento del tuo gioco, sia in campo che fuori. Ad esempio Fabio ha ammesso di essere stato molto fortunato nei primi due turni a Monte Carlo. Era sotto 1 set a zero e 1-4 nel secondo prima di riuscire a vincere al 3° contro Rublev. Non ha giocato il turno successivo perché Simon si è ritirato, ed è stato a quel punto che l’italiano ha detto ai giornalisti che ha cominciato a giocare veramente bene. Solo dagli ottavi in poi è definitivamente entrato “in forma”. Vedete come è strano questo sport? Fabio è arrivato a Monte Carlo avendo perso 7 delle ultime 8 partite giocate. Neanche lui, ha ammesso, pensava che sarebbe arrivato fino alla fine ad inizio torneo.

Nel tennis si dice sempre che vincere aiuta a vincere. Assolutamente vero. Ma perdere? Io mi chiedo, come si sentiva Fabio ad inizio torneo? Quale motivazione aveva per affrontare un altro primo turno visto che ne aveva persi tanti prima di questo torneo? La motivazione, sono sicuro, l’ha trovata fuori dal campo. Ad Arma di Taggia, dove risiede, a pochi chilometri da Monte Carlo. Circondato dal papà Fulvio, dalla mamma Silvana e dalla sorella Fulvia. Da sua moglie Flavia e dal figlio Federico, dal bravissimo Barazzutti (che sta temporaneamente aiutando Fognini in assenza del suo allenatore, l’argentino Franco Davin ex allenatore di Del Potro) e chissà da quanti amici. Durante l’intervista ha detto:

“..nella mia vita adesso ho tutto, salute, un bambino e una moglie che sono con me tutto il tempo. Non chiedo nulla di più…forse un secondo (bambino)…ma abbiamo tempo”.

“ questo per me è il torneo di casa perché sono nato a San Remo e mi allenavo qui quando ero giovane. Conosco veramente bene questo tennis Club e per me è speciale ovviamente…parenti e amici…non so quanti biglietti hanno comprato questa settimana. Io penso anche che la famiglia e gli amici sono contenti perché ho il mio nome su questo torneo…è qualcosa che da quando ero molto giovane sognavo di questo”

Perciò, ritornando ancora una volta alla domanda iniziale, se sei davvero un talento, come lo è l’attuale numero 12 del mondo, non importa se hai 20, 25 o 31 anni. Giocherai sempre da “talento”. L’importante è anche avere serenità, stabilità, affetto e calore dalle persone che ti circondano. Perché Fabio Fognini è un vero italiano, che quando gioca in casa sente che l’atmosfera è diversa, si nutre di quella energia che solo il pubblico “nazionale” riesce a trasmetterti, e non vuole assolutamente deludere le persone che sono venute a vederlo e sostenerlo. La pressione, per una persona timida e sensibile come il ligure, sarà sicuramente maggiore ma il tifo da finale di coppa Davis che solo Fabio riesce a creare quando gioca in casa è perché tutti i tifosi sanno che se supportato, amato e incitato il Fogna può fare miracoli. Il tennis non è solo tennis.

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Dante Giordano

Nato in Roma a inizio anni 60. Appassionato di tecnologia e sport di tutti i tipi con una predilezione per la pallacanestro e il calcio gaelico. Ha iniziato a scrivere su giornali locali e testate sportive per poi dedicarsi completamente al progetto de Loschema.it.