Nella storia dello sport, affiancata a personaggi leggendari o a squadre mitiche, spesso notiamo l’abuso di stereotipi come “l’importante è vincere” o la sua variante “vincere è l’unica cosa che conta”, che esaltano, in modo più o meno esasperato, l’importanza di arrivare primi nelle competizioni. Perché, diciamocelo, lo sport è bello, ma è ancora più bello se i nostri beniamini trionfano sugli altri.

Eppure le emozioni e le storie, seppur raramente, possono derivare da un obiettivo diametralmente differente. E’ il caso del ciclista Luigi Malabrocca.

Il ciclismo in Italia

Siamo nell’Italia del secondo dopoguerra. Nel nostro paese, uno degli sport più seguiti in quell’epoca è senza dubbio il ciclismo, con la gente che affolla tutti i giorni le strade (e non le piste o gli stadi) solo per vedere sfrecciare alcuni mitici campioni, alla guida del mezzo di tutti i giorni di allora, la bicicletta. Allora i grandi ciclisti vincevano solamente per la loro potenza fisica e per la loro grande resistenza, che doveva sopperire a percorsi infiniti, grandi salite, intemperie di ogni genere; peraltro all’epoca non vi erano né il doping né le marce della bicicletta, ognuno quindi non poteva che contare su sé stesso.

In quegli anni, gli eroi immortali dello sport e del ciclismo erano già entrati nell’eden dei più grandi di sempre: Fausto Coppi e Gino Bartali fecero emozionare e sognare milioni di italiani con le loro straordinarie imprese, e soprattutto con la loro epica rivalità, che vide il pubblico patteggiare ora l’uno, ora l’altro, in una sorta di dualismo che oggi definiremmo simile a vari Messi/Cristiano Ronaldo o ai Federer/Nadal; quelle erano grandi sfide in bicicletta finalizzate a definire chi fosse il migliore. Ma, come già accennato, non tutte le sfide erano di questo tenore.

Il Giro d’Italia

Come sappiamo, da sempre il migliore al Giro viene premiato con una maglia rosa, che lo incorona idealmente come il più veloce di tutta la manifestazione. E’ una maglia che naturalmente dona prestigio e visibilità a cui tutti ambiscono. Ad essa si contrapponeva la “maglia nera”, una sorta di riconoscimento per colui che arrivava ultimo.

Certo, la maglia nera non sarà stata un riconoscimento prestigioso come quella rosa, ma in realtà dava una certa notorietà a colui che avesse “vinto”  la classifica al contrario, comprensiva di numerosi premi da ogni parte d’Italia (spesso in natura, come cibarie e vini) provenienti da coloro che, in qualche modo, prendevano in simpatia l’ultimo arrivato.

E’ in questo contesto che il nostro Luigi Malabrocca divenne un vero campione. Malabrocca terminò il giro per ultimo nel 1946 e concesse un facile bis nel 1947. Nel 1948 finì penultimo, per via di un avversario che, gravemente incidentato, gli portò via l’insolito alloro. Pertanto, nel 1949, tornò al Giro più arrembante che mai, assolutamente deciso ad arrivare ultimo e a riprendersi quella che considerava la sua maglia.

Il Giro del 1949

Arrivare ultimissimi, al Giro d’Italia, non è così semplice come potrebbe sembrare: in primo luogo  bisogna infatti arrivare al traguardo entro il tempo massimo consentito in ogni tappa, e in seconda battuta è necessario comunque simulare un comportamento più o meno sportivo, per far credere  che almeno un po’ ci si sia impegnati. Malabrocca era ormai un campione, in questo senso. Tuttavia, al Giro del 1949 si presentò un vicentino, di nome Sante Carollo, che aveva tutte le carte in regola per impensierire Malabrocca. Determinatissimo anch’egli a conquistare la maglia nera per la notorietà e i premi in natura che avrebbe generato, dalla sua Carollo aveva un’arma in più del suo rivale: ovvero, come ciclista era incredibilmente scarso. Il vicentino, infatti, era un muratore, che per una serie di casualità era stato aggregato ad una squadra il giorno prima della partenza per via di un forfait di un corridore. Totalmente incapace di mantenere un ritmo accettabile, assolutamente fuori forma e del tutto non competitivo, già alla prima tappa Carollo si beccò un’ora di distacco dal vincitore, stupendo perfino Malabrocca in questa assurda sfida a chi fosse arrivato ultimo.

Di lì in poi nacque un fantastico e illogico dualismo tra i due: Malabrocca, infatti, dalla seconda tappa in poi si impegnò al massimo per  far recuperare Carollo, tentando di  arrivare dietro di lui. Si procurò  numerose forature (dopo le quali impiegava tempo immemore per sistemare la bici), ma non era sufficiente a far peggio del rivale. Allora, prese la irrazionale e folle  decisione di…  nascondersi lungo la tappa.

Proprio così: una volta distaccatosi dal gruppo, Malabrocca si infilò talvolta in un fienile , una volta dentro un silos nei pressi di Bolzano, una volta in un fosso poco prima di Genova… e molte altre volte, semplicemente, si fermava al bar a mangiare, perdendo volentieri del tempo.

Problema è che il suo antagonista veneto era così brocco, ma così brocco che i due arrivarono appaiati all’ultima tappa. Anzi, Carollo per la verità era addirittura un pizzico più indietro di Malabrocca, il quale era penultimo. Nella Mantova-Monza che chiudeva quell’edizione del Giro, Malabrocca sarebbe dovuto arrivare dietro  a  Carollo.

Accadde però qualcosa di clamoroso, in questa già assurda storia.

Malabrocca, come già aveva fatto in precedenza, si infilò in una osteria nei pressi di Cremona, con l’intenzione di sferrare il paradossale ultimo attacco a Carollo, che pur a rilento, stava procedendo invece verso il traguardo. Dopo qualche ora, Malabrocca salutò i commensali e con calma riprese la sua marcia verso Monza. Il problema, a coronare questo folle epilogo, fu che Malabrocca… semplicemente arrivò troppo tardi!

I cronometristi infatti si stancarono di aspettare e dopo svariate ore di attesa se ne andarono, non dopo aver sancito ufficialmente l’ultimo posto di Carollo, che “vinse” l’assurda corsa alla maglia nera.

Dopo qualche anno, l’organizzazione del giro abolì la maglia nera , per non dover assistere a comportamenti contrari all’etica  dello sport come fu nel 1949. Carollo, dopo l’exploit al contrario, tornò a fare il muratore, mentre Malabrocca, “costretto” dagli  eventi a gareggiare normalmente, dimostrò di essere un buon ciclista, vincendo addirittura qualche gara. Ma, ne siamo certi, non sarà mai stato felice come quando arrivava ultimo.

Cosa che, come abbiamo visto, non era neanche così facile…

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