La Formula 1 ha perso uno dei suoi più grandi campioni e una delle sue figure più carismatiche di sempre. Niki Lauda, nato a Vienna nel 1949, tre volte campione del mondo. Nel 1975 e nel 1977 con la Ferrari, nel 1984 con la McLaren. Lauda debuttò nel Mondiale nel 1971 con March; vinse il suo primo gran premio nel 1974, in Spagna, già come pilota della Ferrari; un anno dopo diventa il principale pilota in Scuderia.

Vita da film

Rush, il film diretto da Ron Howard raccoglie tutti i dettagli della battaglia che mantenne con James Hunt per il titolo iridato del 1976: questa terminò a favore del britannico dopo quell’incidente duro, brutale, il più terribile e incredibile della sua vita. La Ferrari 312T, quella con cui disputava il Gran Premio di Germania nel Nurburgring, prese fuoco dopo essersi schiantanta contro il muro. Lauda si ritrovò intrappolato nel suo veicolo, completamente esposto alle fiamme. Il pilota fu portato immediatamente all’ospedale, con ustioni di terzo grado nella maggior parte del suo corpo. E nonostante questo, perse solo due gare prima di tornare a correre sei settimane dopo.

Il suo arrivo a Brabham nel 1978 precedette il suo primo ritiro nel 1979 – in pieno Gran Premio del Canada – quando aveva già diversificato le sue attività. Fondò una compagnia di voli charter, prima di rientrare nel 1982 con McLaren. Con la struttura britannica arrivò meravigliosamente il suo terzo titolo. Era il 1984, batté il suo compagno di squadra Alain Prost per solo mezzo punto: qualcuno disse che era destino. Il suo definitivo addio alla disciplina che lo trasformò in mito arrivò solo nel 1985, stagione in cui vinse solo in Olanda e che vide trionfare per la prima volta Alain, detto il Professore.

“Quando ce la fai sono tutti con te. Quanto perdi, li hai tutti contro. In mezzo non c’è niente.”

Un’altra storia

Una volta appeso il casco al muro, Niki Lauda assunse un ruolo come consigliere della Ferrari a cavallo della decade degli anni Novanta, a cui fece seguito il suo ingresso come direttore della Jaguar nel 2001, una posizione nella quale dovette ricostruire un marchio fortissimo ma un’auto con diverse lacune. Eh, ci riuscì. Nel 2012, forse la più grande (e vincente) occasione: firma come presidente non esecutivo di Mercedes, grande dominatrice di quest’era ibrida della Formula 1. Cinque doppiette consecutive a partire dal 2014, e il suo ingresso in scena fu determinante per l’arrivo di Lewis Hamilton (2013). Fu infatti Niki a convincerlo che la miglior opzione professionale per la sua carriera sarebbe stata quella di abbandonare la McLaren e unirsi alla marca della stella. Una decisione corretta al 100%, se andiamo a vedere la deriva che ha fatto seguito alla scelta di Lewis. E alla grandissima crescita del marchio tedesco.

Fino alle complicazioni dell’anno scorso, Lauda era uno dei volti abituali del paddock, sempre con la sua giacca sportiva e con l’inseparabile cappellino rosso, volto a nascondere le cicatrici di una guerra con la vita che sembrava nettamente vinta. Il suo sguardo penetrante era quasi più imponente dei marchi che il fuoco aveva lasciato sul suo volto. La determinazione che lo portò a trionfare con un volante tra le mani era palpabile: era energia. E si vedeva anche quando parlava, non solo di auto ma anche di donne – e di bellissime ne ha avute, davvero – o del senso delle cose in generale. Aveva un’aura diversa, giura chi gli è stato accanto a lungo. Qualcosa di davvero puro.

 

“Una curva appartiene a chi vi accede per primo”

L’aneddoto

Era un uomo schietto, senza peli sulla lingua. Probabilmente proprio perché aveva visto tutto, e quel tutto l’aveva quasi perso. Una volta, al Gran Premio di Germania – proprio quello lì – del 2014, un cronista spagnolo gli chiese come mai la Ferrari non riuscisse ad essere al passo di un grande campione come Fernando Alonso. Non riuscì a trovare altro ‘riparo’, dovette farlo per forza. “La Ferrari? Alonso? Ma se è una macchina di m….”. Ecco, tutto chiaro? Di sicuro non c’è bisogno di fare disegnini.

Una chiamata a telefono proprio di Niki Lauda precedette una riunione con lo stesso giornalista, era praticamente l’appuntamento successivo del calendario, in Ungheria. Niki voleva chiedere perdono alla Ferrari, alla famiglia e al mito di Enzo che l’avevano portato in altissimo: pretese da lì un altro articolo, un’intervista in cui il focus principale fosse andato sulle scuse al Cavallino e indirettamente ad Alonso. Così accadde, perché sulla persuasione di Lauda si potrebbero scrivere libri. Così accadde, anche perché la tensione nel paddock, in quegli anni, era altissima. Come si sciolse? Con un gesto emblematico, tra i preferiti di Niki, che era un uomo serio e concreto nel suo modo di fare: abbraccio all’Hungaroring con Marco Mattiacci, all’epoca direttore delle auto rosse. Tutto rientrato. Pure il suo posto nella storia Ferrari.

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Dante Giordano

Nato in Roma a inizio anni 60. Appassionato di tecnologia e sport di tutti i tipi con una predilezione per la pallacanestro e il calcio gaelico. Ha iniziato a scrivere su giornali locali e testate sportive per poi dedicarsi completamente al progetto de Loschema.it.

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