Nel 1992 a Barcellona, per la prima volta nella storia dei giochi, i professionisti della NBA furono ammessi a partecipare alle Olimpiadi nelle varie nazionali. Questo permise alla selezione a stelle e strisce, che quattro anni prima conquistò soltanto una medaglia di bronzo a Seul (alle spalle di Unione Sovietica e Jugoslavia), di arruolare tra le sue file i migliori giocatori al mondo.

Il Dream Team, l’origine del mito

Nacque così il primo Dream Team, la squadra dei sogni, probabilmente il più forte roster di pallacanestro che abbia mai solcato un parquet nella storia di questo sport. In quella squadra, formata da dei e semidei, c’erano giocatori già al tempo leggendari e destinati a scrivere pagine e pagine di storia dello sport moderno.

A guidare sul campo (ma anche fuori) il gruppo era Michael Jordan, il numero 23 dei Chicago Bulls, il re incontrastato di quella squadra (tanto da estromettere un’altra leggenda come Isaiah Thomas), il giocatore più forte della storia del basket, colui che ha reinventato la pallacanestro catapultandola nell’epoca moderna. Al fianco di sua maestà, altre due divinità come Larry Bird dei Boston Celtics e Magic Johnson dei Los Angeles Lakers (che erano i co-capitani di quella squadra).

E poi ancora, altri uomini-franchigia come Charles Barkley dei Phoenix Suns, Clyde Drexler dei Portland Trail Blazers, Patrick Ewing dei New York Knicks, Karl Malone e John Stockton degli Utah Jazz, Chris Mullin dei Golden State Warriors, Scottie Pippen dei Chicago Bulls (fresco vincitore con Jordan del campionato NBA quell’anno) e David Robinson dei San Antonio Spurs.

La potenza devastante di questo gruppo venne per così dire strozzata dall’obbligo regolamentare di inserire un collegiale in squadra: da Duke venne così convocato Christian Laettner, già eccellente giocatore a livello universitario e reputato tra i più promettenti.

Otto vittorie su otto: un’Olimpiade perfetta

La possibilità di vedere giocare, per la prima volta e tutti insieme nella stessa squadra, i nomi più famosi e le leggende del basket NBA rese unica quella edizione delle Olimpiadi a Barcellona. Addirittura gli avversari degli americani, prima di ogni partita, erano i primi ad entrare negli spogliatoi di Jordan e compagni per farsi autografare le magliette e strappare una foto ricordo.

Manco a dirlo, quel Dream Team stravinse ogni partita aggiudicandosi agevolmente l’oro olimpico, infliggendo alle squadre avversarie uno scarto di 43.8 punti di media (la Croazia, sconfitta di 32 punti, fu la squadra che tenne testa maggiormente al Dream Team). Il suo allenatore, Chuck Daly, non chiamò mai alcun timeout durante il torneo.

Ancora oggi, a distanza di 27 anni, quella è considerata la squadra di pallacanestro più forte di sempre.

La verità oltre il mito del Dream Team

Fin qui la storia, quella vissuta, raccontata e scritta dai cronisti sportivi del tempo. Non tutti sanno che quella squadra, formata da dieci Dei del basket più “the greatest of all time” (il più grande di tutti i tempi), perse una partita, un’unica gara (seppur amichevole nel corso della preparazione al torneo olimpico.

Era il giugno del 1992 e all’appuntamento con la gloria a Barcellona mancavano ancora diverse settimane. Micheal Jordan e i suoi Bulls avevano da pochi giorni vinto il loro secondo anello, battendo nelle finali NBA i Blazers (4-2). Il primo Dream Team era in ritiro a La Jolla, elegante ed esclusiva località di mare della California, nota per gli eleganti e costosissimi alberghi con vista sul mare e i lussuosi golf club, tanto amati dalle star della NBA.

Probabilmente, proprio anche a causa del clima eccessivamente allegro che vivevano Bird, Johnson e soci, coach Daly decise di mettere alla prova i suoi, convocando uno scrimmage test, un’amichevole, contro un gruppetto di giovani promettenti giocatori del college.

Per tantissimi anni, quell’amichevole (che inizialmente fu giocata con il segnapunti spento) è stata tenuta nascosta, segreta come il più misterioso file riguardante un avvistamento UFO nella famigerata Area-51.

Quella partita durò 20 minuti e finì, ufficialmente, con la sconfitta del Dream Team per uno scarto di 8 punti. Daly però, prima della fine del match amichevole e dell’ingresso dei giornalisti nel palazzetto per le interviste di giornata, si premurò personalmente di spegnere il tabellone, così da azzerare il punteggio e non dare notizia a nessuno di quanto accaduto.

Ma chi faceva parte della squadra dei collegiali?

Di quel gruppo facevano parte delle giovani superstar del calibro di Grant Hill, futuro All Star NBA, Chris Webber, Penny Hardaway, Allan Houston, Bobby Hurley, Jamal Mashburn, Rodney Rogers.

E’ proprio Hill – a distanza di anni – a raccontare quella mitica gara:

“La prima volta che abbiamo giocato contro di loro, li abbiamo battuti di 20. Houston è stato mortifero dai tre punti mentre Webber è stato immarcabile sotto canestro”.

Anche Michael Jordan, moltissimi anni dopo, rivelerà al Los Angeles Times:

“Ci distrussero. Giocarono molto meglio di noi. Eravamo in campo senza un’idea di squadra e non eravamo a nostro agio”.

Per Pippen, quella squadra di collegiali:

“… avrebbe sicuramente vinto la medaglia d’argento alle Olimpiadi di Barcellona se avesse potuto partecipare”.

L’onta della sconfitta e la consapevolezza di essere divinità

Insomma, una debacle punto e basta? Una sconfitta da tenere nascosta tra i segreti di stato per non intaccare la memoria della squadra di pallacanestro più forte della storia? Non proprio perché la verità potrebbe essere un’altra.

A rivelarlo è stato l’allora assistant coach Mike Krzyzewski (oggi capo allenatore della nazionale USA). Per coach K, quella fu una partita “combinata”. Da chi? Ovviamente da Chuck Daly che, prima di tutti, aveva previsto il tallone d’Achille della sua macchina divina.

“Di punto in bianco Daly ci disse che dovevano fare una amichevole. Nessuno di noi si oppose all’idea, anzi ne fummo felici. Col senno di poi, se pensiamo oggi a quale fu l’utilizzo di Jordan in quell’amichevole, quanti e quali furono le sostituzioni e gli schemi adottati, diventa facile capire che quella era una amichevole da perdere a tutti i costi. Daly sapeva cosa stava facendo: doveva far capire a tutti che anche gli Dei possono cadere”.

Il giorno dopo quella prima amichevole, ne fu giocata una seconda, stavolta al cospetto dei giornalisti. Il risultato fu completamente ribaltato. “Non ci fecero toccare palla, avemmo difficoltà anche a superare la linea di metà campo”, rivelò sempre Hill.

In quel secondo match contro i collegiali, Daly schierò in campo Jordan e i migliori sin dal primo minuto. Non ci fu gara. Secondo Barkley, il Dream Team vinse addirittura di 100 punti. Resta però il racconto leggendario della prima amichevole e della prima sconfitta del Dream Team.

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Francesco Bartoletti

Francesco nasce a Napoli nel pieno degli anni 60. Ha vissuto a Roma da quando era adolescente. Appassionato di basket e calcio ha però un amore sconfinato per qualsiasi tipo di sport. Scrive su testate sportive da circa 30 anni e ha abbracciato in pieno il progetto de Loschema.it.

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